Sir Alexander Frezza e sua maestà il Gin Bombay Tonic

Alex Frezza e Dario Araneo

Secondo appuntamento al Gin Corner dell’Hotel Adriano, in compagnia di Alex Fezza e dei gin targati Bombay. “Il gin dovete immaginarlo come un profumo”, dice il barman napoletano, “all’inizio è in un modo, poi cambia. Troppi gin sugli scaffali. Il Gin Tonic? La porta di ingresso per chi si avvicina a questo distillato”

Alex Frezza al Gin Corner

Alex Frezza al Gin Corner

Il Gin Master Class è giunto al secondo appuntamento. Ancora una volta l’Hotel Adriano di Barbara Ricci apre le porte del suo prezioso bar, il Gin Corner, per parlare di un classico cocktail, divenuto nuovamente di gran voga, il “Gin Tonic”. L’ospite scelto per parlare dell’argomento è Alexander Frezza, cocktail stewart, bartender napoletano, socio della “Bar in Movimento Cocktail Catering ” e attualmente brand advocate per Bombay Gin Italia.
A introdurre la ‘guest’, il deus ex machina di tutta l’operazione, Patrick Pistolesi, che ha ‘trascinato’ i partecipanti con i suoi racconti sulla storia del gin. E Frezza non è stato da meno. Anzi, la perfetta sintonia tra i due, ha confezionato per l’uditorio un coinvolgente momento di divulgazione sul buon bere, senza mai perdere di vista la qualità delle informazioni date. Come è nato il “Gin Tonic”? Cos’è? E cos’era inizialmente? Si parte dall’Olanda, si vola nel ‘700, si parla di un periodo in cui “gli uomini vestivano  coi camicioni”. Poi venne il ‘gin act’ e sopravvissero soltanto Tanqueray e Fifty Pounds”, ha spiegato Pistolesi. Queste e molte altre curiosità sono state raccontate con dovizia di particolari. E quando si rivelano le storie e gli aneddoti che si celano dietro le etichette delle bottiglie, quelle stesse bottiglie che siamo abituati a vedere sugli scaffali dei bar ci diventano

La masterclass

La masterclass

intimamente familiari. Perché in un certo senso si ha l’impressione di essere venuti a conoscenza di chissà quale piccolo segreto. Basta poco, in fondo, per creare magia, quel legame magico con il mondo segli ‘spiriti’. Ecco, Frezza e Pistolesi ci hanno divertito e si sono divertiti, comunicando quello che purtroppo quasi mai tanti loro colleghi riescono a tradire: allegria e spensieratezza. Un cliente andrebbe educato, non spiegandogli le proprietà organolettiche di un prodotto come se fossimo in una pseudo aula di chimica. Va preso per mano e guidato per il profondo e frastagliato mondo del bere. Col sorriso e, diciamolo pure, ma in senso bonario, recitando un mantra che possa piacergli, una storia che lo possa incuriosire. In altri termini, si dovrebbe esseere attori sul proprio palcoscenico, abili nell’illustrare la commedia. L’unica nota negativa, se proprio volessimo recriminare qualcosa, è stata la durata. Troppo breve per quelle storie che ci hanno affascinato tutti. Lo diciamo,ovviamente, col sorriso dipinto sulle labbra.
Alex Frezza, che rappresenta Bombay Italia, ha passato in rassegna i prodotti di ‘casa’. Non è mai facile parlare di gin,

Bombay gin

Bombay gin

nonostante adesso il mercato sembri molto inflazionato. “Quando ho cominciato a vedere il gin negli anni 80”, ha detto Frezza, “c’erano solo tre etichette ben distinguibili. Una gialla, una verde e una azzurra”. Elegantemente Alex ha evitato di fare nomi, ma è chiaro il riferimento al Gordon’s (giallo), al Tanqueray (verde) e al Bombay Sapphire (azzurro). Ha continuato il suo racconto così: “Il Bombay nacque tra gli anni ‘50 e ‘60, in un periodo particolare in America, che era il posto delle opprtunita. Andava di moda bere scotch e soda, il martini, un bere da uomini, insomma. Allenn Subin, alla ricerca di nuove opportunità lavorative, capì che c’era una nicchia per un gin diverso, un gin nuovo”. Per questo motivo si recò in Inghilterra, dove, con grande fortuna, rintracciò una autentica ricetta del 1761 per fare un gin in perfetto english style. Si trattava del Warrington gin di Thomas Dakin. “A quel punto Subin la storia ce l’aveva. Tornò in Usa e iniziò a produrre il suo gin dry in bottiglia trasparente. Con una grande operazione di marketing, appose poi anche l’effigie della regina Vittoria, chiedendo un permesso speciale. Con quel ‘nuovo’ prodotto si poteva fare un gin tonic, un Pink Gin, insomma riprendere una miscelazione classica”. Ecco allora che, dopo gli anni ‘bui’, quando si giunse al tentativo di rilancio del gin dry, la Bombay uscì fuori con il suo Sapphire. In quel caso si riprese la ricetta del primo Bombay, aggiungendo due sole botaniche in più: i grani del Paradiso e cubeb berries, bacche coltivate a Java, che danno un tono speziato, particolare, strano, sicuramente nuovo per la clientela.

Come ci si accosta a un gin – Affascinante e istrutttivo, Frezza ha spiegato come accostarsi al gin: “Immaginatelo come un profumo, prima è in un modo, poi cambia. Dovete imparare a distinuguere la forza dell’alcol dai sapori. La nota base sarà sempre il ginepro, poi troverete la parte fresca, che mi rendo conto sia difficile all’inizio da individuare, ma si sente, se ci fate caso, in bocca e nel naso”. Assaggiando il Sapphire, per esempio, “la nota fresca è data dal limone e dal coriandolo. Soprattutto il coriandolo supporta le note aeree degli agrumi. Dunque, ricapitolando,  la base è il ginepro, poi c’è una parte aerea, ma anche una di terra, pensiamo alle spezie. Ecco un buon designer di gin riesce a passare dalle note fresche a quelle terrene. In questo

Patrick Pistolesi e Dario Araneo

Patrick Pistolesi e Dario Araneo

caso queste ultime sono date da mandorle, liquirizia e iris. L’ ultima nota è la cassia, una specie di cannella”. Il Sapphire è un gin nuovo anche nella confezione. La bottiglia azzurra ricorda la stella di Bombay, uno zaffiro da 182 carati. L’ultimo nato è l’ East, in cui Ivano Tonetti ha inserito il lemongrass per dare freschezza, una certa oleosità e il pepe nero per conferire calore. “Ultimamente ci sono forse troppi gin sugli scaffali”, ha lamentato Frezza, “dovremmo abituarci a lavorare bene con prodotti semplici, prima. Bombay da questo punto di vista offre tutto quello che serve. Se ripercorriamo la sua storia nel tempo, ogni nuova bottiglia ha aggiunto un tassello in più. Per cui, per intenderci, un “Martini cocktail” si potrebbe fare benissimo con il vecchio Dry, con cui andrebbe d’accordo  anche un “Negroni”. Un “Gin Tonic” con il Sapphire. L’East si potrebbe provare anche per una versione del “Cosmopolitan””.
Finiti i raconti, Frezza è passato al bancone del Corner per i suoi “Gin Tonic”, così differenti  nei sapori, nelle preparazioni,  “Vi invito a creare il vostro “Gin Tonic”, imparate a giocare con le guarnizioni. Abbiate coraggio e buttatevi!”.
Sarà pure una moda quella del “Ginto”, ma sicuramente quella sera i presenti hanno capito cosa c’è dietro alla sua magia.

Il prossimo appuntamento, martedì 16 giugno, alle ore 19:00, vedrà protagonista il Bulldog Gin e il cocktail “Negroni”, con la partecipazione di Samuele Ambrosi . Per info: [email protected]

Gaetano Massimo Macrì

Martiniano. Bartender/giornalista. Insegnante di quello che – seppur in molti sembrano esserselo dimenticato – va sotto la voce di “American Bar”. Tradotto significa: esigente bevitore al bancone e miscelatore ignorante, perché, come scriveva un ‘collega’ degli anni ’30 del secolo scorso (Elvezio Grassi in “1000 misture”) l’essere un buon barman è “sapere quanto poco noi sappiamo”. Mi sembra un ottimo punto di partenza. Per questo motivo vado in giro per locali, alla ricerca del mio perfetto martini cocktail, nonché del mio bartender di fiducia. Un po’ Ernest Hemingway, un po’ David Embury, un giorno scriverò anche io una ‘bartender’s guide’ o qualcosa del genere. Infine, ma assolutamente non da ultimo per importanza, ecco alcune disposizioni per chi fosse interessato a farmi da bere. Colui che mi preparerà un buon Americano, avrà la mia simpatia. Colui che saprà costruirmi un Boulevardier degno di nota, otterrà la mia riconoscenza. Se, poi, non solo non disdegnerà un Old Pal, ma sarà in grado di equilibrarmelo nella coppetta, godrà di tutta la mia più profonda stima. Il martini, tuttavia, è un’altra faccenda.

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