Per la penultima sfida l’Head to head competition approda al Banana Republic, patria del “Perfetto stile italiano” e regno di Paolo Sanna e del suo team. Un banco organizzatissimo ed una bottigliera fra le più vaste fino ad ora incontrate aspettano gli otto concorrenti in gara fra bitter di ogni genere (compresa la rara Angostura), spezie, sciroppi (cannella, lemongrass, orzata, vaniglia, fiori mix e lo speciale sciroppo Banana Republic) e un’immensa selezione di whisky e liquori italiani. A valutarli una giuria d’eccezione composta da Paolo Sanna, Francesco Spenuso (Flair Project), Mario La Pietra e Alex Frezza, affiancati dall’ancor più eccezionale partecipazione di Cristina Nonino.
La gara
La prima sfida ha visto duellare Gioia Paolotti e Giacomo Di Matteo, con due drink a base Gin Bordiga Rosa, distillato italiano aromatizzato, fra gli altri botanical, anche con boccioli di rosa. Il “Viola” (preparato con Gin Bordiga Rosa, Rabarbaro Zucca, Tonico Varnelli, sciroppo di camomilla e succo di limone) di Gioia Paolotti ha superato il twist sul “Negroni” (Biancosarti, Campari, Vermouth Cocchi, bitter al pompelmo e gocce di Creme de cacao) di Giacomo di Matteo. E’ stato invece l’Amaro Nonino, scelto dalla giuria nelle sezione liquoristica italiana, il protagonista del secondo testa a testa. Il “Balsamico”, drink tutto italiano di Daniele Ferraiuolo (Galliano, Branca Menta, sciroppo di zucchero e lime), ha trionfato sul “Nana-vardier” di Valerio Gara, una variazione del “Boulevardier” preparata con Jim Beam, Campari, Carpano classico e Angostura. La sorte ha scelto, per la terza coppia di concorrenti, il Tequila.
Alessandro De Angelis ha così miscelato il Tequila El Jimador Blanco con sciroppo “Fiori mix”, succo di arancia, succo di limone e orange bitter, mentre Giorgio Vicario un twist sul “Negroni” con il Tequila, Campari, Punt e mes a 16° (una rarità considerando che questo vermouth è ora commercializzato con una gradazione di 13,5°), Rabarbaro Zucca, celery bitter e marmellata di arancia, risultando il vincitore. L’ultimo quarto di finale ha avuto come terreno di sfida l’uso del Vermouth Carpano Bianco. Partendo da questo prodotto Emiliano Marchionni ha miscelato il Carpano Bianco con il Beefeater Gin, l’Amaro Sibilla e il succo di limone, aromatizzando la coppetta con uno spray all’assenzio, mentre Mirko Vincenti ha realizzato un twist sul “Rob Roy” (con Sherry Cask Malt Single Highland di Wilson & Morgan, Frangelico e spanish bitter), aggiudicandosi lo scontro e raggiungendo così la semifinale.
A rendere più complessa la sfida, come da regolamento, dalla semifinale entrano in gioco le difficoltà. Per la prima sfida Gioia Paolotti e Daniele Ferraiuolo sono così stati costretti ad utilizzare solamente 10 ml del prodotto scelto dalla giuria, il Lagavulin 16. Nonostante l’extra time (che costa 5 punti di penalità) il twist sul “Bloody Mary” di Daniele Ferraiuolo (Vodka, succo di pomodoro, tabasco, salsa Worcester, salsa piccante, succo di limone, sale affumicato e pepe) ha superato il drink di Gioia Paolotti preparato con Gin Mare, lo sciroppo home-made del Banana Republic e celery bitter. Obbligatoria, per la seconda sfida, la preparazione di un drink in coppa da realizzare con il Rum Santa Teresa Claro. Fra i due twist sul “Daiquiri”, quello di Giorgio Vicario (Ananas pestata, zucchero liquido e bianco d’uova) e quello di Mirko Vincenti (sciroppo di lemongrass e pompelmo rosa), il secondo è risultato il trionfatore della gara.
La finale
Dopo una lunga riflessione la giuria ha scelto, per la finale, il St. Germain (liquore ai fiori di sambuco) da utilizzare obbligatoriamente in una quantità minima di 40 ml. Daniele Ferraiuolo ha ovviamente raccolto la sfida preparando lo “Stella alpina” con 40 ml di St. Germain, 30 ml di Bombay Gin, 30 ml di succo di limone, 15 ml di sciroppo Fiori mix, foglie di menta e top di Rotari metodo classico. Mirko Vincenti ha risposto preparando un twist sul “Martinez”, il “Time after time”, miscelando 50 ml di Tanqueray Gin, 40 ml di St. Germain, 10 ml di Campari dry. E’ stato però il drink di Daniele Ferraiuolo ad accaparrarsi il premio finale, la giuria lo ha decretato infatti vincitore dalla settima tappa dell’Head to head competition.
Come sempre abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il vincitore della sfida, Daniele Ferraiuolo.
Raccontaci la tua storia
Ho iniziato come lavatore di pavimenti e di tazzine nelle stagioni estive in hotel. Dopo aver lavato ettari di pavimenti, fatto una serie di corsi, avuto varie esperienze in locali e pub, sono arrivato al Waldorf Astoria Rome Cavalieri Hilton. Ho lavorato un paio di anni al ristorante La Pergola di Heinz Beck, tre stelle Michelin. E’ stato lì che ho capito che mi piaceva davvero tanto stare a contatto con il cliente, il servizio ma anche ricercare, studiare, trasmettere un’idea di studio propendo non solo drink provenienti dal passato ma anche facendo ragionamenti propri su spunti geografici e culturali. Tramite lo chef Heinz Beck ho fatto poi un’esperienza al Social by Heinz Beck a Dubai. Ho lavorato lì sette mesi, poi sono tornato qui a Roma. In questo momento non dico che sto cercando lavoro, perché ho alcune collaborazioni, però sposerei volentieri un progetto interessante. Ci terrei poi a ringraziare Andrea Scarimbolo, il mio maestro sin da quando ero piccolo e colui che mi ha aiutato a preparare questa gara, come approccio e mentalità.
Parlaci questa esperienza a Dubai
E’ stata un’esperienza molto formativa, sotto tanti punti di vista. Avevo un ruolo abbastanza importante all’interno della scala gerarchica; avevo persone a cui fare training, mi trovavo da solo. Mi è piaciuta la città ma non la vita che si può fare lì. La definirei una bolla di sapone dorata. Ci sono alcune cose che mi hanno dato molto fastidio, c’è una sorta di discriminazione nascosta, di sfruttamento. Manca però la cultura, la tradizione. Non esiste un abitante di Dubai, il 95% degli edifici sono stati costruiti dopo il 1992, appoggiati sulla sabbia del deserto. Senza una tradizione, soprattutto nel campo dell’eno-gastronomia, è tutto acquisito. Certamente, a Dubai, ci sono molte più opportunità di carriera. Aprendo molti hotel sono sempre in cerca di personale che sia già sul posto, per risparmiare sui trasferimenti, sui volti e sulla burocrazia. Rimanendo lì tre o quattro anni avrei accresciuto la mia carriera professionale, sia come livello gerarchico che come salario. Ma non era quello che volevo.
Hai lavorato sia in un hotel prestigioso che in un cocktail bar. Quale di queste due esperienze si addice di più al tuo stile e alla tua personalità?
La cosa che mi piacerebbe di più è un misto fra queste due esperienze. A La Pergola avevo pochi tavoli e le persone non venivano per il drink, venivano per il ristorante. La necessità di mantenere però uno standard molto elevato mi ha dato la possibilità di crescere moltissimo, sia dal punto di vista di paletta aromatica che di conoscenza e elaborazione dei prodotti. Lavorare in un hotel così ti consente di poter utilizzare i prodotti più costosi, la frutta migliore ma anche attrezzature come il disidratatore, il distillatore elettronico o la centrifuga da laboratorio. E poi, oltre agli strumenti, hai a disposizione delle persone che possono assaggiare i tuoi cocktail e darti delle indicazioni incredibili. Quello che non mi piace di questo tipo di lavoro e l’essere ancorati troppo al passato. L‘idea di lavorare con il papillon, la camicia, il gilet, sempre sbarbato, sempre impettito, molto formale. Mi piacerebbe una via di mezzo. Il mio ideale sarebbe una piccola realtà, magari un mini-hotel con otto stanze, ristorante e cocktail bar aperto al pubblico.
