Un viaggio nella capitale mondiale del bere tra storia, cultura e nuove prospettive del Martini cocktail
New York non è semplicemente una città: è un organismo pulsante, vivo, che respira al ritmo dei suoi shaker e si illumina al bagliore delle sue coppette martini. Tra grattacieli, rooftop e bar storici, la miscelazione moderna ha trovato casa. Dal 10 al 14 settembre abbiamo vissuto un’esperienza destinata a restare impressa nella nostra memoria di bartender e appassionati: la prima edizione del Martini Expo, ideata da Robert Simonson, giornalista e studioso della mixology, autore di libri fondamentali e migliaia di articoli sul bere miscelato.
Con i miei colleghi di BlueBlazer abbiamo attraversato l’oceano per esserci, unici italiani insieme a Salvatore Calabrese, leggenda vivente del Martini. Intorno a noi, nomi illustri della scena internazionale come Dale De Groff e Julie Reiner, tutti riuniti per celebrare il cocktail che più di ogni altro incarna l’eleganza e l’identità della Grande Mela.
Il nostro viaggio comincia già al momento dell’atterraggio. New York ci accoglie con il suo ritmo frenetico e irresistibile, e il nostro primo tuffo è nel cuore liquido della città: i bar.
La prima tappa è il St. Regis, culla del Bloody Mary – qui rinominato Red Snapper – simbolo di come anche i grandi classici sappiano reinventarsi. Proseguiamo verso altre tappe iconiche consigliate da Philip Duff, amico di lunga data di BlueBlazer, al Bemelmans, dove il bar manager Alban Bytyqi ci racconta con orgoglio le trasformazioni della scena contemporanea, facendoci assaggiare tra l’altro la nuova vodka firmata da Dolph Lundgren, Hard Cut. A mezzogiorno i primi cocktail iniziano già a scorrere: Martini, Mimosa, Bloody Mary accompagnano piatti e conversazioni. Dai ventenni ai più anziani, nessuno rinuncia a quel momento sospeso davanti a un bicchiere.
Ogni sorso conferma un’evidenza: New York è la capitale mondiale del bere. Nel pomeriggio, gli hotel sono pieni e spesso bisogna attendere per sedersi al bancone. La città vive e respira cocktail, ogni ora del giorno, senza pause. Ogni sera New York cambia volto: i suoi rooftop si trasformano in terrazze sospese tra cielo e bicchieri. All’Ophelia Lounge, il panorama a 360 gradi firmato Amir Babayoff accompagna i nostri brindisi mentre il sole cala dietro lo skyline.
D’altronde, è qui che tutto ha avuto inizio. Dai tempi dell’Angel’s Share a Milk & Honey (oggi Attaboy), New York è sempre stata il crocevia delle rivoluzioni liquide. Entrare oggi in questo piccolo bar del Lower East Side significa compiere un viaggio nel tempo: la filosofia del no menu ideata dal leggendario Sasha Petraske continua a vivere in ogni dettaglio, portata avanti dal nuovo bar manager Matty Clark, custode dello spirito originale ma con occhi attenti al gusto contemporaneo. Le file fuori dal locale sono spesso interminabili, ma l’attesa diventa parte dell’esperienza. Ogni drink nasce da una conversazione e racconta una storia diversa.
“Vuoi qualcosa nello stile di un Sidecar? Nessun problema.”
“Ami il Toronto? Ci pensiamo noi.”
Anche quando il nostro collega Massimo sfida i bartender con un twist su un drink introvabile, il risultato è perfettamente bilanciato e sorprendente. Quindici drink, quindici centri. Tutti accomunati da un denominatore: il piacere puro e il gusto impeccabile.
A proposito di file spropositate, Employees Only ci lascia a bocca aperta: la folla balla e si accalca al bancone per un drink preparato da Franky e il suo team. La passione dei clienti e la dedizione dei bartender trasformano l’attesa in parte dell’esperienza, e la magia del cocktail newyorkese vive anche tra la frenesia. I buttafuori, impeccabili nello stile e nella professionalità, ci hanno sempre riconosciuto e “graziato” dall’attesa, facendoci entrare con un sorriso e un gesto discreto. Un piccolo dettaglio che aggiunge fascino e umanità all’esperienza, ricordandoci che a New York cortesia e frenesia possono convivere perfettamente. Grazie Shawn
Sabato 13 settembre arriva finalmente il momento più atteso: ci dirigiamo a Brooklyn per la prima edizione del Martini Expo, il progetto di Robert Simonson. Scrittore, storico e – da oggi – organizzatore di uno degli eventi più ambiziosi dedicati al re dei cocktail.
La sala è gremita: dietro il bancone e tra il pubblico si alternano figure autorevoli della mixology internazionale. Dal nostro compaesano Salvatore Calabrese, a Takuma Watanabe, manager di Martini’s, passando per Philip ed Elayne Duff – lui produttore di Old Duff Genever, lei global director di Bluecoat Gin – fino allo storico David Wondrich, la line-up creata da Simonson è stellare, soprattutto per un debutto.
Non solo Martini: il programma offre seminari tematici, dal The Japanese-American Art of the Martini sponsorizzato da Nikka, al The First Martini condotto da David Wondrich e Martin Doudoroff, sostenuto da Haus Alpenz. Un plauso ai brand che hanno reso possibile questa edizione inaugurale, da Ford’s Gin ad Altamura, fino a Borghetti e molti altri, che hanno contribuito a costruire un calendario ricco e di altissimo livello.
Ci colpisce, più del livello tecnico dei relatori, la composizione del pubblico: non solo addetti ai lavori, ma anche tantissimi appassionati, curiosi, veri devoti del Martini. Una passione trasversale che dimostra quanto questo cocktail sia parte integrante della cultura contemporanea.
Momenti leggeri e umani non mancano: come l’incontro con Dona, un’italoamericana che ha tentato di organizzare un appuntamento tra me e la figlia, malata e rimasta a casa per l’occasione, pur di farmi conoscere la sua famiglia. È questo il bello del nostro mestiere: le connessioni che nascono attorno a un bicchiere.
New York resterà famosa per i suoi grattacieli, luci e dinamismo, ma per noi sarà per sempre la città delle coppette Martini. Un simbolo di come una società frenetica sappia ancora fermarsi, rallentare e godersi un momento al bancone, lontano da ogni giudizio.
Il Martini Expo non è stato solo un evento: è stato un viaggio dentro la storia, un’occasione per riscoprire l’anima della mixology e ricordarci perché facciamo questo mestiere.
Una città caotica, una scena bar all’avanguardia e un’industria più viva che mai.
New York ci ha accolti, ci ha ispirati e ci ha ricordato, sorso dopo sorso, perché il Martini non è semplicemente un cocktail.
È un’icona.
Foto credits: Shannon Sturgis





