Sulle tracce del Conte Camillo Negroni

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Vi avevamo lasciato raccontandovi alcune variazioni sul tema di un unforgettable, ma chi era il conte Camillo Negroni, inventore dell’omonimo cocktail? Per parlare di questo argomento, è impossibile prescindere dal libro di Luca Picchi, Sulle Tracce del Conte: La Vera Storia del Cocktail “Negroni”. La sua lettura è l’occasione, oltre che per apprendere la nascita del cocktail, anche per una piacevolissima scoperta sulla Firenze degli anni ’20. La storia in questione, comunque, è ormai nota. In un giorno imprecisato – poteva essere il 1919 o il 1920 – al Caffè Casoni il barman Fosco Scarselli e il suo prestigioso cliente, il conte camillo negroniCamillo Negroni,  diedero vita a quel drink che sarebbe presto divenuto ‘il solito’ del conte: un Americano corretto col gin. Il nobile fiorentino si era innamorato di quel distillato che aveva conosciuto in uno dei suoi numerosi viaggi, al punto tale da chiedere allo Scarselli qualcosa che lo contenesse. Ma chi era davvero il conte Negroni? La domanda nasce dal fatto che la famosa immagine che lo ritrae da giovane, cilindro in testa, con tanto di firma in obliquo, sia stata rimessa in discussione. Qualcuno, cioè, ha sollevato dubbi sulla certezza che si tratti effettivamente del conte. Ma se non fosse lui, chi sarebbe allora quell’uomo ben vestito? Niente poco di meno che suo cugino, Arnold Henry Savage Landor, noto pittore e scopritore dell’epoca. La madre di Camillo in effetti era la zia, Ada Savage Landor. Da questo legame nascerebbe proprio la confusione. Abbiamo chiesto chiarimento all’unica voce attualmente autorevole, ovvero a Luca Picchi, barman fiorentino che ha dedicato anni di ricerche e studi alla vita del conte Negroni e del cocktail che oggi porta il suo nome. E Luca è perentorio: “la foto è assolutamente del conte“. Leggete la breve intervista per scoprirne di più. In più Picchi ci ha rivelato che nella prossima edizione del libro, in uscita a marzo 2015, ci saranno molte interessanti novità. Intanto una curiosità: nelle sue ricerche, ha rintracciato la tomba del conte, sulla cui lapide è stata incisa la data di nascita (“25 marzo 1868”) differente rispetto a quella riportata in documenti ufficiali, come atto di nascita o carta di identità (“25 maggio 1868”). “È probabile che lo scalpellino si sia sbagliato. La ‘z’ allungata sarà stata confusa, da qui l’errore. La data corretta è 25 maggio“. Cos’altro dire del conte? Essendo un viaggiatore, trascorse del tempo a Londra e anche negli Stati Uniti, Paesi in cui era già in voga la cultura del bere miscelato. Dal che si può intuire quanto fosse, non solo uomo di mondo, ma anche avvezzo a un certo modo di bere che ancora in Italia stentava a diffondersi o muoveva i primi passi. Chissà che una sorta di ‘Negroni’ non lo assaggiò ancor prima delle date che circolano (’19 o ’20). General_Pascal_Olivier_Count_de_NegroniDel resto cocktail ‘simili’, per modo di dire, figurano in alcuni ricettari dell’epoca. Per esempio, nella Harry’s ABC of Mixing Cocktails di Harry McElhone già nel 1922 viene citato un cocktail dal nome di “Old Pal” (a base di rye, vermut dry e Bitter Campari). E che ci fosse l’abitudine di miscelare liquori e vermut è anche confermato da un libro del 1907, “Il vermouth di Torino” di Arnaldo Strucchi, in cui l’autore della monografia scrive: “Chiamato Americano come negli Stati Uniti, vi è l’abitudine popolare di bere liquore mescolato con vermouth, amari e gin (o whisky) per formare una bevanda chiamata cocktail”. Dunque, il nostro conte con ogni probabilità dovette assaggiare più volte, durante uno dei suoi viaggi, un cocktail contenente gin, vermouth e amari vari. L’ intuizione di creare ‘il solito’ che oggi porta il suo nome (non a caso) è un merito che gli deve essere riconosciuto. Un gran viveur, una città cosmopolita come Firenze, un barman che inizialmente era forse anche più che altro un garzone del caffè Casoni (in principio doveva essere infatti una sorta di drogheria – poi Caffè Giacosa e oggi bar dello stilista Cavalli – ) in un giorno imprecisato – non ha importanza quale –  si ritrovarono per una perfetta combinazione. I miti, si sa, sono sempre alchimie di più elementi convergenti in un equilibrio perfetto. E più passa il tempo più questa storia sembra mostrare un fascino ineguagliabile. Proprio come la degustazione del cocktail, che dopo quasi cento anni, regala ancora uno, due, cento ‘unforgettable’. Quindi, non rimane che dire: a ognuno il suo. Purché sia Negroni.

uno due cento negroni


Luca Picchi, allora, la famosa foto è del conte?

“Assolutamente, si tratta del conte Camillo. Si deve considerare che quella foto, come altre che io non ho pubblicato fanno proprio parte dell’ album di famiglia. A me le ha date la famiglia stessa (Luca è il solo a cui la famiglia ha concesso la liberatoria, ndr). Detto questo, io ho fatto fare una serie di verifiche da persone specializzate in fisionomia facciale. Si tratta proprio del nostro conte all’età di circa vent’anni”.

Bene, ma veniamo al cocktail. Dopo un secolo, è giunto praticamente invariato. Oggi molti barman lo presentano con diverse modifiche. Fino a che punto ci si può spingere per riproporlo in chiavi nuove a una clientela più moderna?

“Il Negroni penso che rimanga un classico. Possiamo dare tutte le varianti di questo mondo, ma se è arrivato fino ai giorni nostri, penso che ciò sia dovuto al fatto che si tratti di una ricetta perfetta. Perfettamente bilanciata”.luca picchi

Quindi è contrario ai ‘twist’?

“No. Sono apertissimo a tutte le varianti del mondo, purché non lo si snaturi. Bisognerebbe mantenere almeno i due terzi degli ingredienti. O magari cambiarli anche, però rimanendo sullo stesso ‘ramo’.

Il Negroni sta per compiere cento anni, ha in mente qualcosa per celebrarlo?

“Ci sto pensando da tempo, ma l’idea che ho io è un po’ mastodontica. Sicuramente verrà fatta qualcosa, ma non lo so ancora. Bisogna che siano d’accordo anche i familiari. Se loro non mi dessero la disponibilità, io non farei nulla. Ho un profondo rispetto per loro e per la memoria del conte”.

A marzo 2015 uscirà una nuova edizione del suo libro. Un piccolo anticipo?

“Ci saranno veramente tante novità, ma non posso parlarne ora. Se proprio vuole, la vera novità è che la storia è quella lì che ho raccontato già, ma ora ci sono maggiori prove. E poi ci sono tanti altri aneddoti, ma si leggeranno nella prossima edizione”.

Va bene, ci dica almeno questo: il ‘suo’ Negroni?

Il mio Negroni? È buono. Deve venire ad assaggiarlo”.

Gaetano Massimo Macrì

Martiniano. Bartender/giornalista. Insegnante di quello che – seppur in molti sembrano esserselo dimenticato – va sotto la voce di “American Bar”. Tradotto significa: esigente bevitore al bancone e miscelatore ignorante, perché, come scriveva un ‘collega’ degli anni ’30 del secolo scorso (Elvezio Grassi in “1000 misture”) l’essere un buon barman è “sapere quanto poco noi sappiamo”. Mi sembra un ottimo punto di partenza. Per questo motivo vado in giro per locali, alla ricerca del mio perfetto martini cocktail, nonché del mio bartender di fiducia. Un po’ Ernest Hemingway, un po’ David Embury, un giorno scriverò anche io una ‘bartender’s guide’ o qualcosa del genere. Infine, ma assolutamente non da ultimo per importanza, ecco alcune disposizioni per chi fosse interessato a farmi da bere. Colui che mi preparerà un buon Americano, avrà la mia simpatia. Colui che saprà costruirmi un Boulevardier degno di nota, otterrà la mia riconoscenza. Se, poi, non solo non disdegnerà un Old Pal, ma sarà in grado di equilibrarmelo nella coppetta, godrà di tutta la mia più profonda stima. Il martini, tuttavia, è un’altra faccenda.

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