A Cervia, dall’Alto con furore

Le origini di Alto Cocktail Festival, nato per rompere gli schemi, far conoscere la scena del bar che conta in Riviera dimostrando che si può fare di più

A 20 anni – aveva da poco finito le superiori – con un bagaglio di esperienze ancora da riempire, ma con una carica di orgoglio che quell’età fagocita, Niccolò Amadori decide di dare un senso al suo essere un bartender. In quel momento è a Milano, al Ceresio 7. Alto livello di bartending, clientela esigente, occhi puntati addosso e aspettative alte. Però, quando le origini del tuo ‘mescolare’ ti ricollocano a casa, e casa è una piccola zona di provincia, anche se poi fai un bel giro di valzer intorno al mondo (Milano, New York, semplificando), per la gente che te lo chiede, di dove sei, resti comunque relegato al tuo territorio e agli schemi con cui ti ha inquadrato. Prigioniero di un pensiero, Niccolò decide di liberarsene. “Ogni volta che mi chiedevano la provenienza, rispondevo: Milano Marittima, mica Cesena o Cervia”. Per un milanese Milano Marittima è un chiaro punto di riferimento. Un termine noto, spendibile in certe conversazioni, ma Niccolò vede oltre le grandi discoteche, in cerca di una nuova narrazione per il suo territorio.

La terrazza del rooftop

Questo è il punto di origine di Alto Cocktail Festival. Una manifestazione che mescola bartending e cucina, sotto il cielo di Cervia, dall’alto del 7imo piano di Villa del Mare Spa Resort. La cucina entra non a caso, il padre di Niccolò, Claudio, è un nome della ristorazione di livello, dotato del fiuto giusto: dal suo ristorante, Le Giare (oggi aperto solo per eventi), sono usciti alcuni dei cuochi più giovani pieni di talento. Questo per dire che, insomma, il ragazzo, Niccolò, cresce bene educato nel gusto e con un certo savoir faire.

Consapevole delle sue capacità e di una Riviera in grado di esprimersi nella mixology contemporanea grazie alla presenza di alcune realtà degne di nota, col supporto paterno mette in piedi un festival che punta i riflettori sulla scena autoctona del bar, invitando i principali protagonisti locali, nazionali e esteri, qualcuno anche in profumo di bestbars. “Dovevamo trovare la clientela, far capire al pubblico che oltre al gin tonic sappiamo fare altro”, parole che a Niccolò tornano spesso alla mente, rimandandolo a quel punto zero, che deve avergli creato un vortice di disturbo. Perché quel giorno, in quella Milano da bere, ai tempi del Ceresio, è lì, in quegli schemi triti e ritriti, di gente che ti impone la propria maschera, e se sei di Cervia, allora è sempre quella di Riccione, delle grandi feste e fiumi di ‘ginto’ “che voi sapete fare bene”, che il giovane bar manager di Alto ha la sua visione di come rimettere le cose apposto e prova a condividerla. Comincia a coinvolgere realtà locali, brand ambassador che gravitano intorno. Il primo anno è una esperienza one shot, un ritrovo quasi goliardico tra amici che si rispettano e stimano. Zero contatti, ma tanta voglia di fare.

La guest di Denis Paonessa della Ménagère

Poi le cose cambiano, la rete si allarga, arrivano nomi sempre più importanti. I ragazzi del Connaught di Londra, Poi le cose cambiano, la rete si allarga, arrivano nomi sempre più importanti. I ragazzi del Connaught di Londra, l’allora vincitore della Word Class Vincenzo Pagliara, per citare alcuni nomi. E si è arrivati a oggi, terza edizione, “quella, secondo me, meglio riuscita, più strutturata – dice Niccolò – abbiamo imparato dagli errori passati. Abbiamo coinvolto un ufficio stampa, figure influenti del settore, creando un evento che comunicasse bene col mondo esterno. Se si vuole, l’anno scorso ci siamo concentrati molto di più all’interno, era più un bar che parlava a sé stesso”. Un pizzico di autorefernzialità fa parte del gioco, quello delle prove generali di quando cerchi ancora di capire la formula giusta, economicamente sostenibile oltre che efficace per lo scopo finale. Poi, con l’epserienza, ti avvicini a una quadratura. Insomma, va bene fare cinema, purché ci sia un ritorno di immagine e non solo. Oggi la manifestazione è sicuramente più matura e pronta per continuare lungo la scia tracciata. Obiettivo dichiarato: dare risalto alla miscelazione contemporanea, rivolgendosi al pubblico della riviera romagnola, un evento che può diventare un punto di incontro essenziale per il settore della bar industry.

la cena in pairing targata Andrea Pomo e Santa Teresa

La parte della cucina, inserita quest’anno, con le cene in pairing, è un tentativo di coprire spazi che prima potevano mancare, allargando il discorso a una fetta di pubblico ancora più grande. Nasce dal duplice impegno, di Amadori junior che lavora alle bar guest, quello di Amadori senior rivolto agli chef che ruotano ogni sera, in coppia coi bartender di turno: per ogni piatto, un drink. Questa dinamicità tra food e cocktail è permeante e permanente, vive anche, infatti, sul terrazzo per gli ospiti che non hanno deciso di partecipare alle cene del ristorante. C’è sempre uno stand di cibo che crea una confort zone. In linea con la vista – il terrazzo di Alto è da copertina glamour – e l’atmosfera ovattata ma friendly, chic ma naturale, un mix tra Miami, Acapulco e l’ospitalità della riviera romagnola, si completa il puzzle con sigari di pregio, dal classico stortignaccolo Toscano, ai Davidoff offerti e raccontati agli ospiti, dal dopocena alla chiusura. Un valore aggiunto che chiude l’esperienza di ‘good life’. E forse il successo è proprio nelle forme e nella misura delle cose. Su Alto c’è il giusto rapporto tra gente e spazi, che ha permesso di valorizzare il buon cibo, il buon cocktail e il resto dello spettacolo. Ognuna di queste esperienze, presa singolarmente non disturba le altre. Ogni aspetto ha la sua ergonomia, che consente di muoversi con agilità nella confusione dorata. È un caos controllato, perché tutto è a misura. Non si respira sovrabbondanza che porterebbe a barbarica confusione (come spesso, ahimè, accade in roboanti bar festival). Succede così, che persone di varia umanità entrino in contatto, si scambino opinioni, maturino conoscenze da portare avanti. È il vero valore aggiunto di questo piccolo ma ben costruito evento. Le buone pubbliche relazioni di una volta. Quelle che accadevano con una certa naturalezza e discrezione, che possono ora generare una onda lunga di ritorno, positiva, per Cervia, Alto e l’intera area ‘bar-geografica’. Idee per il futuro sono sempre in cantiere. Migliorare l’offerta, innanzitutto, anno dopo anno. E pensare in grande, ma con i piedi per terra. Quello che oggi è il festival di Cervia, potrebbe più in là rappresentare, chissà, l’intera riviera romagnola. In loco ma anche in forme itineranti… e da settimane sono già al lavoro per la prossima edizione.

Gaetano Massimo Macrì

Martiniano. Bartender/giornalista. Insegnante di quello che – seppur in molti sembrano esserselo dimenticato – va sotto la voce di “American Bar”. Tradotto significa: esigente bevitore al bancone e miscelatore ignorante, perché, come scriveva un ‘collega’ degli anni ’30 del secolo scorso (Elvezio Grassi in “1000 misture”) l’essere un buon barman è “sapere quanto poco noi sappiamo”. Mi sembra un ottimo punto di partenza. Per questo motivo vado in giro per locali, alla ricerca del mio perfetto martini cocktail, nonché del mio bartender di fiducia. Un po’ Ernest Hemingway, un po’ David Embury, un giorno scriverò anche io una ‘bartender’s guide’ o qualcosa del genere. Infine, ma assolutamente non da ultimo per importanza, ecco alcune disposizioni per chi fosse interessato a farmi da bere. Colui che mi preparerà un buon Americano, avrà la mia simpatia. Colui che saprà costruirmi un Boulevardier degno di nota, otterrà la mia riconoscenza. Se, poi, non solo non disdegnerà un Old Pal, ma sarà in grado di equilibrarmelo nella coppetta, godrà di tutta la mia più profonda stima. Il martini, tuttavia, è un’altra faccenda.

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