VII Hills: cuore italiano, metodo inglese

Ecco cosa c’è dietro al “gin romano”, nato per passione e per creare un “Negroni” tutto all’italiana, ancor prima che la ‘gin mania’ prendesse piede. Federico Leone e Patrick Pistolesi ce lo raccontano

La bottiglia è panciuta, sembra un’anfora dell’antica Roma. Il nome è prettamente inglese: VII Hills, che

Il VII Hills gin

Il VII Hills gin

detto in italiano, Sette Colli, suonerebbe proprio romano. E’ il giusto incrocio di culture. La passione di alcuni bartender italiani, romani per lo più, e le conoscenze e la tecnica di una patria del gin come l’Inghilterra. E per specificare che si tratta di un gin tanto inglese quanto soprattutto italiano, la nuova etichetta recita nel sotto titolo: “Italian London Dry Gin”. Da queste parti ci tengono a mettere chiaramente i puntini sulle i. C’è amore di chi fa questo mestiere, artigianalità (“Batch N°” e “Bottle N°” sono dati inseriti a mano). Mentre raccogliamo la voce di due dei suoi protagonisti, il VII Hills sta entrando nel quarto batch, segno che il mercato ha recepito questa novità nell’ ormai affollato panorama dei ‘vecchi’ e ‘nuovi’ gin.

Federico Leone, Brand Ambassador, ci spiega: “L’idea iniziale nasce oltre un anno e mezzo fa. Per dare al

Patrick Pistolesi e Federico Leone

Patrick Pistolesi e Federico Leone

mercato italiano soprattutto una distinzione. Abbiamo il “Negroni” che è uno dei cocktail più famosi al mondo, ma dei tre ingredienti, solo uno non è italiano (Ancora non era scoppiata la mania dei gin come oggi ndr)”. I ragazzi del VII Hills volevano ricreare un “Negroni” perfetto, completamente italiano. I loro nomi sono Federico Leone, Danilo Tersigni, Francesco Medici e Filippo Previero. Patrick Pistolesi si è aggiunto di recente, come Brand Developer. Quando i ragazzi contattano Federico per sottoporgli l’idea, il suo sì è immediato. Leone si trovava in Spagna in quel momento, impegnato a gestire la sua piccola creatura, il That’s Amore, ma senza esitazioni si butta nell’impresa. “L’idea era quella di creare, prima ancora del progetto, una vera famiglia. Il VII Hills è il nostro gioco, un gioco che vogliamo offrire ai bartender, con cui possono continuare a divertirsi. Anche per questo abbiamo cercato di creare un gin differente, di qualità e molto particolare”. In effetti questa particolarità si nota già all’apertura della bottiglia, perché tira fuori il suo odore ben definito, molto riconoscibile. Si sente il carciofo, si percepisce bene anche la melissa. Da questo punto di vista, qualunque cocktail si faccia con il VII Hills, potrebbe essere considerato un twist on classic naturale.

Tornando al momento della sua creazione, i ragazzi, animati dalla pura passione per il loro mestiere e

Le botaniche del VII Hills

Le botaniche del VII Hills

dall’idea di esportare sul mercato un prodotto che esprimesse l’italianità, anzi, la romanità nel mondo, si sono dapprima rinchiusi in casa, assaggiando le varie botaniche. “Volevamo capire meglio come poterle combinare insieme”, ci spiega Federico. Ma perché “VII Hills”? All’inizio l’idea non si concentrava solo su Roma, pensavano ad altre città che avessero sette colli. Ad ognuna avrebbero voluto dedicare un gin. “Siamo rimasti a Roma, alla fine, perché tutti quanti noi proveniamo dalla stessa regione (tranne uno) e ci piaceva la storia dell’ Impero Romano che aveva conquistato il territorio inglese”.
Passata la primissima fase embrionale, fatta di esperimenti casalinghi, il viaggio doveva continuare su binari più seriosi. Tappa successiva: Regno Unito, dove “London Dry” è un metodo nativo. “Una volta creato l’assemblaggio che ci piaceva di più, siamo partiti alla volta di Cambridge, dove il master blender ci ha dato una mano a bilanciare meglio gli ingredienti. Volevamo un London Dry autentico, come si faceva una volta. Quella è una distilleria familiare, chiudono ancora le finestre per regolare il fuoco, per intenderci… Però, se il bilanciamento era necessario, certo, al contempo andavamo alla ricerca di uno sbilanciamento voluto, per permettere al gin di far emergere quelle botaniche di casa nostra“.

 

Pistolesi e Leone

Pistolesi e Leone

Fatto il primo batch, si può immaginare la reazione al primo assaggio. Un gusto nuovo, a cui non erano ancora abituati, per un London Dry. Come spiega Pistolesi: “Da un London Dry ti aspetti un gin secco, però bisogna dire che la gente in questo si confonde: non si tratta di una questione di sapore, ma di metodo. Invece molti si aspettano un super secco, pungente, non pensando che si tratti solo di una questione di metodo“. E non solo, perché le nuove etichette recano una nuova denominazione, ILDG, Italian London Dry Gin, per sottolineare che si tratti di un gin prodotto con il metodo classico del London Dry, ma con cuore italiano. Sottolinea Pistolesi: “ll fatto di farlo in Inghilterra significa che il retaggio da cui proviene questo prodotto ‘italiano’ è proprio il gin, i suoi territori, la sua storia. Il fatto di definirlo come un ILDG deriva proprio da una motivazione geografica”. E non solo, “In questo senso”, aggiunge Leone, “siamo stati i primi a denominarci in questo modo. Siamo stati i secondi barman al mondo a produrre un gin e i terzi in Europa a produrre il proprio spirito”. Un piccolo brand, fatto di cuore e passione, come ha avvicinato un importante figura come quella di Patrick Pistolesi, oggi anche Brand Ambassador per Schweppes? Leone: “Ho conosciuto Patrick cinque anni fa e ne sono rimasto intimidito in positivo. Un professionista che lavora tanto. Da lì l’ho seguito da lontano, l’osservavo davanti al bancone, rubando con gli occhi. Poi abbiamo iniziato a prendere i primi contatti, ci siamo avvicinati. Noi come gruppo avevamo bisogno di un cavallo di razza come lui, che ha una grande conoscenza dei distillati, del gin in particolare. E tra i tanti che ho visto al bancone, il primo amore è scoppiato con Patrick”. “La mia collaborazione con VII Hills”, precisa Pistolesi, “è venuta naturalmente. Essendo innamorato del mio mestiere tanto quanto Federico, è stato naturale. Sono contento di collaborare con lui e gli altri ragazzi. Anzi, dirò di più, Federico l’ho cercato proprio, non per il gin, ma per chi rappresenta: uno dei pochi professionisti della new generation. Finisco, dicendo che faccio questo per amore del progetto, per amore del gin e l’amore di chi lo fa. E’ un prodotto artigianale, che può diventare un vero simbolo di appartenenza”.
Chiacchierando meglio con Leone, veniamo a scoprire altre motivazioni che hanno spinto il VII Hills a

Il VII HIlls Gin

Il VII HIlls Gin

realizzarsi nel Regno Unito, al di là di quanto già spiegato prima. Lì, a Londra in particolare, vivono non solo gli altri ragazzi della ciurma, ma esiste una elevata concentrazione di bartender italiani. Perché non regalare loro un prodotto ben costruito, come gli inglesi sanno fare, ma dal gusto italiano? Anche la primissima distribuzione è iniziata a Londra, sugli scaffali di locali, prima di amici, poi via via crescendo sempre di più, si è posizionato all’interno di bar di prestigio. “Col passare del tempo ci siamo accorti che le donne lo apprezzavano in modo particolare. E che, in generale, chi iniziava a bere il nostro gin, difficilmente poi voleva cambiare prodotto. A dire il vero sta succedendo lo stesso anche in Italia”. E non solo in Italia, perché di richieste ne arrivano da tutto il globo, in particolare modo dall’ Oriente, a quanto pare. Un messaggio di positività, dunque, da lanciare a tutti quei bartender che nascondono un sogno nel cassetto. “Potremmo e vorremmo dire ai nostri colleghi che se si ha passione, bisogna portarla avanti, perché noi ci stiamo riuscendo, oltretutto con le nostre tasche. L’importante è credere nel progetto”. Parola di Federico Leone.
Nel momento in cui salutiamo i ragazzi, ci spiegano che nei mesi a seguire torneranno in distilleria, per studiare, sperimentare, cercare di capire se c’è da migliorare. Forse ottenere altri batch. Anche se la cosa più importante di questo progetto sono loro, sottolinea Federico: “i nostri primi investitori sono coloro che credono in noi e ci ‘usano’ al bancone del bar e per questo non smetteremo mai di ringraziarli. L’orgoglio italiano è importante come la storia della nostra liquoristica”.
E come sempre, la miglior battuta, in finale, è di Pistolesi: “Federico e io siamo come i Blues Brothers in missione per conto di Dio. Siamo una fucina, quando ci vediamo parliamo di tutto, di donne, di gin… Inizieremo a far innamorare tutti di questo prodotto, vedrete”.

I consigli di degustazione
Patrick Pistolesi: “Io lo consiglio in un “Martini”, anche per un “Gin Tonic” o magari un “Martinez” perché dà una bella profondità. L’ho provato ultimamente in una sorta di “Ramos gin”. La sua bellezza è l’ avvolgenza degli ingredienti che riescono a uscire fuori”.

Federico Leone: “Non dimenticate la fetta di arancia rossa che abbiamo scelto come nostro identificativo!”.

Gaetano Massimo Macrì

Martiniano. Bartender/giornalista. Insegnante di quello che – seppur in molti sembrano esserselo dimenticato – va sotto la voce di “American Bar”. Tradotto significa: esigente bevitore al bancone e miscelatore ignorante, perché, come scriveva un ‘collega’ degli anni ’30 del secolo scorso (Elvezio Grassi in “1000 misture”) l’essere un buon barman è “sapere quanto poco noi sappiamo”. Mi sembra un ottimo punto di partenza. Per questo motivo vado in giro per locali, alla ricerca del mio perfetto martini cocktail, nonché del mio bartender di fiducia. Un po’ Ernest Hemingway, un po’ David Embury, un giorno scriverò anche io una ‘bartender’s guide’ o qualcosa del genere. Infine, ma assolutamente non da ultimo per importanza, ecco alcune disposizioni per chi fosse interessato a farmi da bere. Colui che mi preparerà un buon Americano, avrà la mia simpatia. Colui che saprà costruirmi un Boulevardier degno di nota, otterrà la mia riconoscenza. Se, poi, non solo non disdegnerà un Old Pal, ma sarà in grado di equilibrarmelo nella coppetta, godrà di tutta la mia più profonda stima. Il martini, tuttavia, è un’altra faccenda.

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