Banconi vibranti: il prezzo della socialità definisce il valore
Alla fine del tour, tra locali e città simbolo, emergono i bar caratterizzati da un’identità precisa, cuori pulsanti della vita urbana, in cui il vero valore si esprime attraverso l’atmosfera conviviale che offrono
28 novembre – Il lato buono della miscelazione romana
Nel cuore della notte, per vicoli incastrati tra la Roma turistica del Pantheon e quella dei palazzi della politica (Camera e Senato). Sospesi tra due mondi. Si va così al Club Derriere. La luce accesa all’ingresso seminascosto indica che si può accedere. Avvolti dalla penombra, ci mescoliamo ai sorrisi, gli sguardi sfuggono al bagliore delle candele, che evidenzia a tratti i bicchieri di cristallo. L’atmosfera è permeata da un calore seducente, quasi palpabile, che insinua, nell’aria, una nota di lascivia, percepita appena. Exrpress ed Essence, i nomi scelti per i nostri Old Fashioned, non sembrano casuali, in sintonia con il luogo, catturano l’essenza dell’esperienza e il desiderio di vivere intensamente ogni istante. Nel primo (Woodford Reserve Bourbon, green coffee, hazelnut, choccolate) caffè e nocciola sono un accenno gradito, la struttura è un equilibrio tra dolce e amaro che riempie il palato. Interessante complessità aromatica. Edoardo Spagnoli, del resto, è quasi un enfant prodige, che ci stupisce anche nel secondo cocktail (Woodford Reserve Bourbon, sandalwood, vanilla, coconut, fake lime, toasted oak). Rovere, vaniglia e sandalo, dolcezza e profondità aromatica, con note acidule. Probabilmente, col senno di poi, ci è parso uno dei migliori signature del mese. Ringraziamo il bar manager Matteo Siena per l’accoglienza, con tanto di complimenti alla squadra, che si avventura in pratiche all’avanguardia, mantenendo quel svoire faire dal fascino vintage, senza il quale il locale sarebbe uno dei tanti che, senza arte, né parte, hanno anche la pretesa di essere di un certo livello. Ci sfiliamo dal suggestivo club romano che, fedele al nome, resta ’dietro le quinte’, a far da bere a turisti, politici, aficionados o semplici avventori che qui ritrovano il lato buono della miscelazione capitolina.
I Corrieri di Palermo, una cartolina di saluti dalla città
Quando si dice che a volte ritornano. I Corrieri a Palermo è un progetto figlio di tanta buona volontà, coraggio, forse anche spregiudicatezza. Giovani siciliani che rientrano a ‘casa’ col ricordo delle shakerate estere, economicamente magari più allettanti, evidentemente meno, però, del bancone ‘di casa’. Parte la scommessa, in una piazza, un tempo non troppo lontano, fatiscente, discarica di qualsiasi cosa e per questo la scelta, oggi, compiuta da Woodford, andrebbe meglio considerata. I Corrieri è sceso in campo risollevando il quartiere dalle cupe ombre. Va premiato, come Beckenbauer che in una Italia – Germania, in altri tempi difficili, quelli del Muro, calpestava l’erba con un braccio fasciato, portando a casa il punto. Questo tornare e rimanere è stato infatti apprezzato dalla gente di Palermo, che ha risposto. Un miracolo collettivo che ha impresso un cambio di passo alla zona, ora viva, illuminata e luminosa fin nel cuore della notte. Chapeau. Siamo nel quartiere Kalsa, qualche piano sopra abita la figlia di Paolo Borsellino. C’è del genio e tanta sicilianità in questa operazione pulita, condotta da Montasar Mhalla e tutto il suo staff. Gli old fashioned singature ne sono un chiaro riflesso, già dal nome, Rosalia e Il Genio, con una costruzione chiara, scevra da sovrastrutture, pochi, ma giusti, accorgimenti, per mantenersi in linea col classico cocktail e lasciar parlare al meglio questo whiskey americano. Il primo è: Woodford Reserve Bourbon, zolletta di zucchero, Angostura, soda all’hibiscus, twist di limone; il secondo: Woodford Reserve Bourbon, zolletta di zucchero, bitter alla camomilla e zafferano, soda, twist di pompelmo. Basta poco, è vero, per realizzare un buon drink, a volte, ma anche per quel poco serve consapevolezza e umiltà.
1 dicembre – Una notte in un paese d’orato
Lungo i vicoli del centro storico gli occhi ci si ingrassano per il tripudio di arte, chiese, edifici storici. Il bianco – sembra quasi un giallo d’orato – delle pietre calcaree delle case, ci restituisce il senso di ‘grassezza’, di opulenza.
Incastonato nel barocco è il Laurus, ideato da Marco Fabbiano, un luogo in cui si ritrovano i palati esigenti. Un salotto elegante, per la ‘dieta da signori’, per menti che necessitano di decantare, facendo precipitare le molecole dello stress di giornata e ripulirsi. In linea con questa atmosfera ‘aurea’ sono i signature, preziosi, incisivi, raffinati, voluttuosi. Golden Ticket: Woodford Reserve Bourbon, Kentucky Forest Bitter, Riduzione di stout e miele, incenso. The Kentucky Horse: Woodford Reserve Bourbon al Cioccolato, Angostura, bitter alle noci, sandalo rosso, legno di cedro. Si è scelta la via dell’eleganza, che vibra nell’aria, contaminandola, contaminandoci, con incensi, cedri e sandalo. Le aromatizzazioni sono lievi, delicate, mai incessanti. Le combinazioni stout-incenso e sandalo-cedro, appropriate. Un maestro profumiere apprezzerebbe. Del resto, la vocazione al mondo dei profumi è scolpita nel nome del bar. I due cocktail sono la logica rappresentazione liquida e armonica di tutto questo: la squadra ‘laurusiana’ ha ingentilito un ‘vecchio drink’, fregiandolo di materie prime di pregio. Le aspettative sono state confermate. Giunti sul finire, ormai, del lungo mese di viaggi, abbiamo apprezzato l’amorevole accoglienza leccese, le calde atmosfere del Laurus e la qualità dei suoi old fashioned. In conclusione, se Palermo era stata vivace e frizzante, Lecce ci è parsa confortevole.
2 dicembre – Il punto di incontro per un finale perfetto
Un nome forse fin troppo breve per un locale che ha tanto da dimostrare e raccontare. Si mangia e si beve. Si mangia con un food di appoggio al bere, che pesca sempre idee con l’approccio di menti fantasiose e che sanno divertirsi. Rimane però concreto, il Bob ha basi solide, come è giusto per un bar dal respiro internazionale, in grado di servire un ‘mondo’ di clienti – ma anche uno solo – con la stessa attenzione. Siamo nel quartiere Isola, caratterizzato da una ricca storia industriale e operaia, ma che negli ultimi decenni ha subito un processo di riqualificazione che lo ha trasformato in un luogo vivace e multiculturale. Oggi è conosciuto per i suoi ristoranti e bar alla moda, le gallerie d’arte e gli spazi culturali. Il Bob da questo punto di vista è perfettamente inserito nella geografia urbana. Entriamo accolti da un impeccabile Cesar Araujo e da un arredo che unisce mattoni, ferro e ottone, che ricorda il Chinese Box di Luca e Michele Hu, proprietari di entrambi i bar. Bravi nella costruzione di una mescolanza vincente tra orienti e occidenti, la cui ricetta, alla base, è fatta di facilità e immaginazione. Gli stessi ingredienti dei nostri signature, Sirens Call (Woodford Reserve Bourbon, old fashion syrup alla camomilla affumicata) e Wonka (Woodford Reserve Bourbon, old fashion syrup gianduia). Un old fashioned nell’old fashioned con aromatizzazioni. Una matrioska. Facili da capire, almeno al primo sorso, ma portatori di una profondità o complessità che si rivela attraverso la progressiva scoperta del gusto, negli strati interni, sorso dopo sorso. Una sorte condivisa col Bob, questo sfaccettato simbolo milanese di molteplicità, che chiude, come meglio non potremmo fare, la nostra maratona su un drink americano, schietto, essenziale, che la società moderna, il barista moderno ha ripreso con la visionarietà dei nostri tempi. Ecco, Bob è probabilmente il locale più emblematico in questo senso. Con una matrice formatasi tra est e ovest, si è adattato alle nuove tendenze e esigenze della città moderna.
Forse un giorno, non troppo lontano, racconteremo con un video l’altra metà del viaggio, le parentesi tra un sorso e un pezzo di autostrada, le soste in aeroporto, i monopattini, le tazzine sporche di caffè, gli aerei presi al volo, le shakerate dei bartender, la notte e il giorno di un tour pazzesco, di chiacchiere, camminate, vicoli, spiagge, piatti, alzatacce. Anche queste, in fondo, manifestazioni tangibili della diversità culturale delle città in cui, seppur per poco, con Francesco Spenuso e la fedele compagna, la iconica bottiglia di Woodford Reserve Bourbon, abbiamo vissuto.
Il diario di viaggio dell’Old Fashioned Month finisce qui. Chiudiamo il tour esausti, ma soddisfatti. Possiamo affermare con un alto grado di certezza che: Woodford è un whiskey vocato agli old fashioned; in Italia, nei bar di livello, gli old fashioned sono eccellenti; meritano pure le loro varianti, che esprimono sensibilità diverse; il bar è l’unico luogo fisico per scambiare opinioni, incontrarsi, emozionarsi. Il bar è l’anima della città, un’identità urbana, un cantiere sociale per la costruzione di esperienze tra persone diverse. Al suo interno continua a vivere il processo naturale che costituisce i nodi essenziali nella rete di relazioni, scambio di pensieri, obiettivi, idee, il saper ascoltare. Lunga vita al vecchio cocktail americano che continua a narrare le storie del passato e del presente.



