Per le nostre interviste in cinque domande ci spostiamo nuovamente. Questa volta dalle atmosfere fredde della Svezia ci trasferiamo nella calda Dubai, dove abbiamo incontrato Dario Schiavoni.
Ciao Dario, grazie innanzitutto della tua disponibilità. Raccontaci brevemente chi sei.
Sono Dario Schiavoni, vengo da Roma e ora lavoro a Dubai come bar Director in charge of Bulgari Symposia worldwide events, dopo oltre dodici anni di esperienze internazionali.
Puoi descrivere, in poche parole, il tuo bar, la sua atmosfera e la tua filosofia di bar?
Posso dire che il nostro focus sono gli aperitivi, in particolare quelli a bassa gradazione alcolica o i mocktails. Il nostro team di Dubai è interamente italiano.
Venendo alla crisi che stiamo attraversando, come hai reagito umanamente, psicologicamente alla diffusione del virus e alla successiva chiusura?
Io sono stato trasferito di urgenza dalla Cina a Dubai per motivi di lavoro, anche a causa del covid-19. Infatti credo di aver preso uno degli ultimi aerei dalla Cina. Penso che il business sia stato colpito bruscamente anche prima che il mondo si infettasse perché i cinesi viaggiano molto e fanno del turismo praticamente in tutto il mondo.Dal canto mio il nostro hotel ha cercato di proteggere tutti i dipendenti senza licenziare nessuno. Per esempio, ad aprile, io ho fatto “basic training” a tutti via zoom: quattro lezioni al giorno coprendo tutto; i liquori, le birre, i cocktails e anche l’abbinamento con il cibo. Altri ragazzi sono stati mandati ad aiutare dipartimenti che avevano bisogno, come le ville.
Quando ti è stata annunciata la fine del lockdown quali sono state le azioni concrete che hai messo in atto per far ripartire il tuo locale?
Qui a Dubai il 24 aprile è finito il lockdown dei ristoranti e gli hotel stanno piano piano riaprendo, apportando misure drastiche d’igiene. L’alcool non è ancora consentito e ci sono controlli tutti i giorni.
In Cina la situazione è differente tra Pechino e Shanghai. Bar e ristoranti funzionano ma hanno regole molto severe. A Pechino, essendo la capitale e residenza del governo, sono molto più rigidi. Nel raggio di un chilometro, tra un negozio ed un altro, ti viene controllata la febbre anche 4-5 volte. Naturalmente la
mascherina è d’obbligo nella vita quotidiana. In più, in Cina, viene usata un’applicazione che funziona facendo lo scan di un QR code dovunque ti muovi, consentendo all’applicazione di dividere la popolazione in differenti colori: verde significa che sei sano e che hai frequento posti non a rischio, giallo e rosso invece significano che sei stato a contatto con qualcuno contagiato e richiedono di fare una auto quarantena. Ancora non ci si può sedere al bancone e i tavoli devo essere distanziati di 2 metri nei ristoranti.
A Shanghai la situazione è diversa, il business locale è molto più forte rispetto a Pechino, anche per via delle persone della nostra industry che si supportano uno con l’altro.
Cosa suggerisci a chi dovrà affrontare la fase di riapertura a breve?
Suggerisco di rispettare le regole: siamo tutti consapevoli che se
qualcuno sbaglia è un danno per la nostra nazione e società. Dobbiamo supportare le piccole aziende e ripartire da lì, da coloro che sono stati, per anni, il nostro punto di forza. Igiene e sicurezza devono poi diventare uno strumento di tutti i giorni.
Un suggerimento: go local, mangia nel ristorantino.
E poi, non scordate di tenere la testa alta e sorridere sempre siamo italiani!


