Dopo nove grandi serate, tanti drink e tanti bei momenti la sfida finale al Jerry Thomas Speakeasy ha decretato il vincitore, Alessandro Venturi, e come di consueto ormai, abbiamo chiacchierato un po’ con lui di questa prima edizione del Head to head bar competition. In un clima rilassato da post gara e con l’adrenalina che via via va scemando cerchiamo di conoscere meglio l’uomo e il barman Alessandro Venturi.
Ti aspettavi di vincere? Come ti senti? Ti eri preparato?
Assolutamente no! – con un evidentissimo sorriso, che tradisce la legittima felicità, ndr – Anzi ritenevo già un traguardo superare la prima fase, va bene anche ai quarti, mi dicevo vedendo una preparazione incredibile da parte di tutti, soprattutto di Federico (Federico Tomasselli, considerato un po’ da tutti il vincitore predestinato). Ho talmente tanto ancora da imparare che non ci credevo e non ci pensavo. Ho provato con una mia strategia, mettere un po’ da parte i drink del “Passato”, i classici, per venire incontro ai desideri medi della clientela, giocandomela con spezie e sapori che sono più vicini al gusto italiano proponendo cocktail più “beverini” magari, lasciando da parte il discorso “Vintage” della miscelazione.
Parlaci della scelta del “Cavallo da battaglia” nell’ultima prova di stasera?
Il Daiquiri è un drink che mi piace molto, anche se non da troppo per la verità. Lo faccio proprio in questo modo, come nella gara (twist al sapore di cetriolo), con dello zucchero granulato che faccio sciogliere con del lime e con del rum Cubano Havana 3, un rum che adoro e utilizzo spessissimo. Ho provato questo cocktail, che per me è perfetto, e l’ho aromatizzato con del cetriolo per dare qualche nota speziata a questo liquore che di suo è già “vanigliato”. Lo servo così, magari ci aggiungo una spuma allo zenzero, piuttosto che lasciarlo a macerare nel drink come in gara.
Nella semifinale è stato dato come secondo drink da preparare, un “classico”, ed è stata mossa una critica a tutti i concorrenti: il fatto di lavorare tanto sulle sperimentazioni, sui twist, sulle idee e sugli home-made, ma di non conoscere i classici. Secondo te, sono ancora di moda?
Si, certamente sono sempre di moda, e per la critica che c’è stata mossa non posso che esser d’accordo con loro, bisogna conoscere i “classici” e saperli eseguire, perché è su quella base che si va a lavorare e a crescere. Io non ho avuto un guida, un mentore da seguire che mi insegnasse. Ho cominciato con un corso di un paio di settimane, e ho lavorato sempre da solo.
Certo non mi sono stati tramandati difetti da altri, ma allo stesso tempo non ha favorito la mia preparazione, prolungando la mia formazione oltre un tempo che potremmo definire lecito. Mea culpa, è stato però non farmi trovare
pronto, soprattutto in un momento storico come questo, dove con internet e con numerosissimo testi in circolazione è possibile e doveroso formarsi.
Anche se devo dire, che un drink come The Last Word non è molto conosciuto, mi ricordavo quasi tutti gli ingredienti, ma ne mancava uno per eseguirlo. Lavorare con gli home-made e sperimentare è uno stimolo molto forte, soprattutto all’inizio in questo lavoro. Come una vota era fare Flair, che era motivo d’attrazione per i clienti, e magari i drink non erano poi così buoni da bere. Oggi usare home-made e sperimentare è un forte attrattiva per i clienti. Sto comunque frequentando un corso qui al Jerry per formarmi meglio in tal senso.
Ora che hai vinto, da dove si ricomincia? Domani ti alzerai, e quali saranno i tuoi nuovi obbiettivi e le nuove idee per il tuo lavoro e la tua professione? E cosa ti porterai di questa esperienza?
Guardo alle competizioni come ad una crescita personale, sia professionale che di autostima. Nelle gare osservi come lavorano gli altri, e quindi puoi migliorarti. La cosa importante è che una gara vinta può darti certamente visibilità ma le persone non cambiano per questo e domani mi sveglierò esattamente come oggi, andrò a lavorare come qualsiasi altro giorno. A livello personale è stata una gara molto importante per la fiducia nel mio lavoro e nelle mie capacità, senza essere però mai arroganti.
Com’è stata per te questa competizione?
Questa competizione è stata organizzata veramente bene. Nella maggior parte delle competizioni, infatti, viene chiesta la presentazione di cocktail, di cui non conosci mai le origini o chi sia veramente l’autore. In una gara del genere entrano in gioco altre cose, in primis l’ansia e l’agitazione. Un format del genere, ricrea splendidamente l’atmosfera reale che si vive in un bar, in cui un cliente può entrare e chiederti serenamente un cocktail con un determinato prodotto di base. E sta a te poi provare ad esaltare quel prodotto e cercare di fare qualcosa di interessante con quel prodotto lavorandolo nella maniera giusta. Una competizione che si gioca su tante varianti e possibilità ed è per questo che la trovo veramente valida. Anche l’idea del doppio drink nella finale, è stata poi un’idea bella, anche se davvero molto stressante da sostenere. Essere poi qui al Jerry Thomas è davvero emozionante. 
Sei un ragazzo molto giovane, questa cosa è stata colta e apprezzata dai giudici, da qui a cinque anni dove ti vedi, e cosa desideri per il tuo futuro?
Sinceramente non è una cosa a cui ho pensato molto, non saprei. Ho dei progetti tra le mani, che conto di sviluppare nei prossimi mesi, ma proiettarmi cinque sei anni nel futuro non è una cosa che mi interessa molto. Posso dire che mi sta balenando l’idea di andarmene all’estero. Ricominciare da capo è una cosa che mi eccita molto, conoscere una nuova realtà e una nuova lingua è molto stimolante, ricominciare da capo è in fondo un modo per andare avanti, professionalizzarsi e divenire più capaci.
Al di là della tecnica, che è sicuramente decisiva, e dell’abilità nel tuo mestiere una cosa che riteniamo molto importante, è il rapporto con la clientele, il saper “parlare” con il cliente è in fondo una parte fondamentale del tuo lavoro. Se c’è, hai un aneddoto o un episodio da raccontare?
Su due piedi, devo dire che non mi viene in mente nulla, ma quando nel locale c’è calma, e qualcuno viene al bancone chiedendoti qualcosa di particolare è un momento molto bello. Mi piace “chiacchierare” con i clienti. e instaurare con loro un rapporto, una comunicazione. Certo dipende dal momento e dal cliente, ma in generale posso dire che qualcosa di nuovo salta sempre fuori, e non è male. Tanto che a lavoro mi prendono un po’ in giro perché amo molto “curare” il cliente “positivo”, diciamo così.