Thomas Project con docente il professor Tony Parlapiano. Già avevo un bel background culturale, frutto di curiosità e ricerche personali e grazie alle lezioni di Tony sono riuscito a mettere in ordine molti pezzi del puzzle, non fermando mai le mie ricerche. Un altro pezzo importante per la mia formazione personale, lo devo alla città di Milano, così cosmopolita rispetto al resto d’Italia. Ogni sera al bar, incontri persone che arrivano da ogni parte del globo, con le loro storie, le loro richieste, e questo mi ha fatto crescere maggiormente, apprendendo la consapevolezza dei miei mezzi, e di quanto avessi passato tempo a “studiare”. A trent’anni, approdo all’Octavius at the Stage di Milano, e nel 2018, vincendo una competition, volo in Sri Lanka e, con Antonio Parlapiano, giro per un mese tenendo masterclass e bar guest nelle città principali del Paese. Ho lasciato Milano, per prendere parte al progetto Shub a Sorrento: dopo mille peripezie il bar ha visto la luce e da subito sono riuscito a dare la mia anima e visione di fare bartending. Nei mesi di apertura estiva, abbiamo subito ‘fatto rumore’ e sono venuti a trovarci, amici, colleghi da tutta Italia e Europa. In poco tempo, sono riuscito a servire una miscelazione europea, con un servizio super curato, proponendo dei cocktail definiti dai vari ospiti con un gusto nuovo, frutto delle tantissime ore di lavoro in laboratorio ogni giorno e ogni sera, tra banco del bar e sala.
Sei stato nominato nella sezione Bartender dell’Anno dei BarAwards 2020, raccontaci la tua emozione e quale, secondo te, e senza falsa modestia, la ragione per cui sei in questa già prestigiosa short list. Tu hai mai partecipato a competition tra bartender? Che esperienza ne hai conseguito, a cosa servono, se servono le competition per il settore e perchè…
E’ una cosa prestigiosa già essere in questa prestigiosa short list, la devo al lavoro svolto in questi anni, e soprattutto in questo difficile periodo che la nostra industry ha vissuto. Passione, attitudine, precisione e talento sono le mie caratteristiche principali. Già nel dicembre del 2018 mi ero classificato primo ai BarAwards nella categoria Bartender Under 30. In realtà ho partecipato a poche gare, devo dire sempre con ottimi risultati. Credo che le competition siano importanti, non tanto per la vittoria, ma per misurare il
proprio livello professionale: si entra in contatto con altri colleghi, si scambiano chiacchiere sulle proprie realtà. Dai drink che vengono presentati si riesce a capire le ‘mode e tendenze’ dei vari luoghi, e a livello professionale, ti regala tanto, basta che non diventi un’ossessione o l’unico obiettivo. Perché, la vita vera non sono le gare, ma gli ospiti che abbiamo ogni giorno al bar.
Quale è, secondo te, il segreto per un cocktail perfetto? Quando un nuovo cliente arriva al tuo bancone cosa noti subito che ti possa aiutare a capire gusti e preferenze per creare il drink cucito su misura?
Il segreto per un cocktail perfetto ancora non esiste, ma esiste il cocktail giusto per ogni persona. Molti amici, colleghi, ospiti, mi han fatto spesso questa domanda, la mia risposta è sempre la stessa: per far bene un buon drink, bisogna che sia bilanciato. Il bilanciamento è fondamentale e credo che si possano usare svariati ingredienti, ma il segreto è sempre nel come vengono bilanciati tra loro. Così come le ricette, la mia visione è che sono degli strumenti, sta al bartender capire come bilanciare i prodotti che intende usare, o che magari gli viene chiesto di usare. Di solito, ai nuovi clienti al bancone, che chiedono di essere consigliati, faccio sempre qualche domanda per capire i loro gusti o generalmente se sono ‘appassionati’ di cocktail o meno. E poi, mi rifugio nei classici, senza improvvisare troppo. Per esempio, non preparerei mai un Manhattan 2:1 a un cliente che generalmente non si è mai spinto oltre il Gin Tonic.
Quale è il tuo spirito o ingrediente preferito e perchè? E quale il drink che preferisci bere e perchè?
Nel corso degli anni, ho avuto vari spiriti preferiti, partendo dal rum, passando per tequila e mezcal e fermandomi ai cognac e calvados, con i whisk(e)y sempre presenti, ovviamente. Negli ultimi due anni, lo spirito che più mi piace usare in miscelazione è il calvados, un pò perché lo ritengo poco compreso e poco conosciuto e un pò perchè i calvados (di giovane invecchiamento) hanno dei profili davvero eccezionali, nei cocktail. Così come per i distillati, anche per i cocktail, ho affrontato varie fasi per anni: non ho un drink preferito rispetto ad altri, il Martini è tra i miei preferiti, così come l’Old Fashioned con scotch torbati. Ma alla pari dei Boilermaker.

